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Cos’è un poke su Facebook: il significato nascosto di un gesto digitale

Redazione Avatar

di Redazione

12/11/2025

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Chi ha vissuto i primi anni di Facebook ricorderà bene quel piccolo gesto, semplice e disarmante, capace di attirare attenzione senza dire nulla: il poke. Un tocco virtuale, un cenno muto, un modo per dire “ci sono” in un’epoca in cui le relazioni digitali stavano ancora imparando a esprimersi.
Oggi, per molti utenti, la funzione sembra appartenere a un’altra era del web, eppure sopravvive ancora, discreta e quasi nostalgica, nascosta tra le pieghe del social network. Capire cos’è un poke su Facebook significa tornare alle origini di un linguaggio digitale che ha plasmato il modo in cui comunichiamo.

L’origine del poke: un gesto nato per incuriosire

Quando Facebook fu lanciato nel 2004, l’interazione tra utenti era ancora limitata. Non esistevano i “Mi piace”, né le reaction o le stories. Il poke era uno dei pochi strumenti per rompere il ghiaccio, un modo per avvicinarsi a qualcuno senza dover scrivere un messaggio.
Un semplice clic e l’altro riceveva una notifica: “Ti ha mandato un poke.”
Niente testo, niente spiegazione.

Proprio questa ambiguità ne ha decretato il fascino. Ciascuno poteva interpretarlo a modo proprio: un saluto, un gesto di simpatia, un invito a interagire o, in certi casi, un tentativo maldestro di flirtare. Era un linguaggio di sottili intenzioni, fatto di non detti, simile a uno sguardo incrociato in una stanza affollata.

Nel codice originario del social, il poke non aveva una definizione precisa. Lo stesso Mark Zuckerberg, interrogato sul significato, si era limitato a dire che doveva essere “un modo semplice per salutare qualcuno”. Ma dietro quella semplicità si celava una delle prime forme di comunicazione emotiva online.

Un gesto piccolo, ma sociale

Facebook è nato come una piattaforma universitaria, pensata per mettere in contatto persone all’interno di un ambiente ristretto. In quel contesto, il poke funzionava perfettamente: era una forma di interazione informale, capace di sostituire un sorriso o una pacca sulla spalla.

Il gesto diventava una specie di test: se la persona ricambiava il poke, il gioco iniziava. Si creava un dialogo implicito, fatto di gesti reciproci, spesso senza mai arrivare a una conversazione scritta.
Era un modo di “rompere il ghiaccio” senza esporsi troppo, e proprio per questo, nel suo piccolo, rappresentava una delle prime dinamiche sociali del mondo digitale.

Negli anni successivi, l’uso del poke si è esteso a cerchie più ampie. Non era più solo uno strumento di socialità universitaria, ma un linguaggio accessibile a chiunque, anche tra amici, familiari o conoscenti. Alcuni lo usavano per scherzare, altri per attirare l’attenzione di un contatto lontano, altri ancora per semplice curiosità.

Nel corso del tempo, il poke è stato spostato in aree sempre più nascoste del sito, fino a diventare una funzione quasi segreta, accessibile solo da una pagina dedicata: facebook.com/pokes.
Da lì, è ancora possibile inviare poke ai propri amici, riceverne e ricambiare.

Nonostante la sua marginalità, la funzione è sopravvissuta. È come se Facebook avesse scelto di conservarla come traccia del suo passato, una sorta di reliquia simbolica dei suoi esordi. Eppure, chi la usa oggi spesso lo fa per nostalgia, o per gioco, come a voler rievocare un modo più ingenuo e spontaneo di comunicare.

Il significato sociale di un gesto senza parole

Il poke appartiene a quella categoria di gesti digitali che non si possono tradurre facilmente. È un “non linguaggio”, una comunicazione priva di contenuto esplicito, ma carica di significato relazionale.
Un po’ come un cenno del capo, un’occhiata o un tocco leggero sulla spalla, è un segnale aperto, in attesa di interpretazione.

Il suo valore sta proprio nella sospensione del significato.
Chi riceve un poke si chiede inevitabilmente: “Cosa vorrà dire?”
È un saluto? Una battuta? Un messaggio affettuoso? O forse un tentativo di attirare l’attenzione in modo più discreto?
La risposta varia a seconda del contesto e del rapporto tra le persone.

Questa ambiguità, che oggi può sembrare inutile o perfino datata, all’epoca era una delle chiavi del successo del social.
Prima che i “Mi piace” standardizzassero l’interazione, prima che gli emoji sostituissero le espressioni, il poke offriva uno spazio di interpretazione, un piccolo mistero nella comunicazione digitale.

Dal poke ai nuovi linguaggi delle reazioni

Se si guarda l’evoluzione delle interazioni su Facebook, il poke può essere considerato il capostipite di tutti i gesti digitali successivi: i like, le reazioni, gli sticker, gli emoji.
Ha introdotto per primo il concetto di “interazione rapida”, cioè la possibilità di comunicare un’intenzione o un’emozione senza scrivere nulla.

Col tempo, la piattaforma ha moltiplicato le modalità di espressione: oggi si può reagire con un cuore, un sorriso, una risata, un abbraccio virtuale. Ma il principio resta lo stesso: comunicare con un clic.
La differenza è che, mentre le reazioni hanno un significato chiaro, il poke restava volutamente neutro.
Era uno spazio vuoto che ciascuno poteva riempire a suo modo.

Si può dire che il poke rappresenta la forma più pura di “gesto sociale digitale”: un contatto senza mediazione, una scintilla che precede ogni parola.

L’uso del poke oggi: un gesto tra ironia e nostalgia

Oggi, usare il poke su Facebook ha un sapore quasi ironico.
Molti lo considerano un retaggio del passato, una curiosità da riscoprire per gioco. Ma ci sono ancora utenti che ne fanno uso, magari per sorprendere un amico, o per evocare un periodo più “autentico” del web, quando ogni interazione non era filtrata da algoritmi e strategie di engagement.

Alcuni lo utilizzano per scherzo, come una battuta visiva, altri lo usano come strumento di leggerezza in un social diventato spesso troppo serio.
In questo senso, il poke continua a mantenere una sua funzione simbolica: ricorda che dietro la complessità digitale esiste ancora la semplicità di un gesto umano, diretto, non pianificato.

L’eredità culturale del poke

Può sembrare esagerato, ma il poke ha avuto un ruolo nel definire la cultura digitale contemporanea.
È stato uno dei primi esperimenti di linguaggio emotivo online, un tentativo di riprodurre nel mondo virtuale un gesto fisico.
Da quella piccola icona è nato un modo nuovo di comunicare: più istintivo, meno formale, più vicino alla spontaneità della vita reale.

Anche se oggi la sua funzione è quasi dimenticata, il concetto sopravvive in ogni reazione istantanea che usiamo.
Ogni volta che mettiamo un “Mi piace” o mandiamo un’emoji, stiamo in qualche modo ripetendo lo stesso gesto originario: un tocco leggero per dire “ti ho visto”.

Il poke, insomma, ha insegnato al web che anche il silenzio può comunicare.

Come fare un poke su Facebook oggi

Per chi desidera ancora utilizzarlo, il procedimento è semplice, anche se non immediato.
Facebook non mostra più il pulsante del poke tra le funzioni principali, ma la pagina è ancora attiva:
basta digitare facebook.com/pokes nella barra del browser e accedere al proprio profilo.
Da lì è possibile cercare una persona, inviare un poke o ricambiare quelli ricevuti.

Il destinatario riceverà una notifica con il messaggio: “Hai ricevuto un poke da [nome]”.
Non ci sono limiti di invio e, se l’altra persona risponde, si crea un piccolo scambio, come una conversazione silenziosa.

È un gesto semplice, privo di conseguenze, ma capace ancora di strappare un sorriso.

Il valore umano dietro un gesto digitale

In un’epoca in cui la comunicazione è diventata sempre più strategica e misurata, il poke conserva un valore raro: la spontaneità.
Non serve a niente, e forse proprio per questo ha senso.
È un promemoria di leggerezza, un ricordo del tempo in cui Internet era meno invadente, meno performativo, più spontaneo.

Nel gesto di chi clicca “Invia poke” oggi c’è una sfumatura di nostalgia, ma anche la voglia di riscoprire un linguaggio dimenticato, fatto di piccoli gesti e grandi significati impliciti.

Perché, in fondo, anche nel mondo iperconnesso di oggi, a volte basta davvero un tocco — digitale o reale — per ricordare a qualcuno che esistiamo.

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